Novecento

Novecento è un breve ma profondo romanzo che parla di mare, di una nave e di un pianoforte. In realtà è un monologo teatrale pubblicato nel 1994, scritto per essere interpretato da Eugenio Allegri con la regia di Gabriele Vacis.

Il libro oltre ad avere ispirato Tornatore, ha ispirato anche il cantante Edoardo Bennato che ha scritto una canzone intitolata “Sempre in viaggio sul mare”, un fumetto, “La vera storia di Novecento” (2008), realizzato da Tito Faraci e da Giorgio Cavazzano.

È la storia di un uomo, Novecento, che vive su un transatlantico per tutta la sua vita, non toccando mai terra con i piedi, rifugiandosi nella sua passione per la musica e nell’esistenza della nave.

La nave è il Virginian, piroscafo che negli anni tra le due guerre faceva la spola tra Europa e America trasportando miliardari, emigranti e gente qualunque. Novecento è il pianista che ogni sera si esibisce sul Virginian ed è pianista straordinario, capace di suonare una musica mai sentita prima, meravigliosa.

L’incipit, che ho scelto per te, è molto suggestivo: descrive la persona che per prima vede l’America dalla nave.

Brano 1 ed esercizio 1

Succedeva sempre che a un certo punto uno alzava la testa… e la vedeva. È una cosa difficile da capire. Voglio dire… Ci stavamo in più di mille, su quella nave, tra ricconi in viaggio, e emigranti, e gente strana, e noi… Eppure, c’era sempre uno, uno solo, uno che per primo… la vedeva. Magari era lì che stava mangiando, o passeggiando, semplicemente, sul ponte… magari era lì che si stava aggiustando i pantaloni… alzava la testa un attimo, buttava un occhio verso il mare… e la vedeva. Allora si inchiodava, lì dov’era, gli partiva il cuore a mille, e, sempre, tutte le maledette volte, giuro, sempre, si girava verso di noi, verso la nave, verso tutti, e gridava (piano e lentamente): l’America. Poi rimaneva lì, immobile come se dovesse entrare in una fotografia, con la faccia di uno che l’aveva fatta lui l’America.

[…]

Quello che per primo vede l’America. Su ogni nave ce n’è uno. E non bisogna pensare che siano cose che succedono per caso, no… e nemmeno per una questione di diottrie, è il destino, quello.

[…]

Questo me l’ha insegnato Danny Boodmann T.D. Lemon Novecento, il più grande pianista che abbia mai suonato sull’Oceano. Negli occhi della gente si vede quello che vedranno, non quello che hanno visto. Così, diceva: quello che vedranno.

Io ne ho viste, di Americhe… Sei anni su quella nave […] Quando c’ero salito, avevo diciassette anni. E di una sola cosa mi fregava, nella vita: suonare la tromba. Così quando venne fuori quella storia che cercavano gente per il piroscafo, il Virginian, giù al porto, io mi misi in coda. Io e la tromba.

Adesso svolgi l’esercizio

Brano 2 ed esercizio 2

Gennaio 1927. Li abbiamo già i suonatori, disse il tizio della Compagnia. Lo so, e mi misi a suonare. Lui se ne stette lì a fissarmi senza muovere un muscolo. Aspettò che finissi, senza dire una parola. Poi mi chiese:
“Cos’era?”.
“Non lo so.”
Gli si illuminarono gli occhi.
“Quando non sai cos’è, allora è jazz.”
Poi fece una cosa strana con la bocca, forse era un sorriso, aveva un dente d’oro proprio qui, così in centro che sembrava l’avesse messo in vetrina per venderlo.
“Ci vanno matti, per quella musica, lassù.”
Lassù voleva dire sulla nave. E quella specie di sorriso voleva dire che mi avevano preso.
Suonavamo tre, quattro volte al giorno. Prima per i ricchi della classe lusso, e poi per quelli della seconda, e ogni tanto si andava da quei poveracci degli emigranti e si suonava per loro, ma senza la divisa, così come veniva, e ogni tanto suonavano anche loro, con noi. Suonavamo perché l’Oceano è grande, e fa paura, suonavamo perché la gente non sentisse passare il tempo, e si dimenticasse dov’era e chi era.

Svolgi il seguente esercizio

Brano 3 ed esercizio 3

[…]
Primo viaggio, prima burrasca. Sfiga. Neanche avevo ben capito com’era il giro, che mi becca una delle burrasche più micidiali nella storia del Virginian. In piena notte, gli son girati i coglioni e via, ha dato il giro al tavolo. L’Oceano. Sembrava che non finisse più. Uno che su una nave suona la tromba, non è che quando arriva la burrasca possa fare un granché. Può giusto evitare di suonare la tromba, tanto per non complicare le cose. E starsene buono, nella sua cuccetta. Però io non ci resistevo là dentro. Hai un bel distrarti, ma puoi giurarci prima o poi ti arriva dritta nel cervello quella frase: ha fatto la fine del topo. Io non la volevo fare la fine del topo, e quindi me ne andai fuori da quella cabina e mi misi a vagare. Mica sapevo dove andare, c’ero da quattro giorni, su quella nave, era già qualcosa se trovavo la strada per i gabinetti. Sono piccole città galleggianti, quelle. Davvero. Insomma, è chiaro, sbattendo da tutte le parti e prendendo corridoi a casaccio, come veniva, alla fine mi persi. Era fatta.
Definitivamente fottuto. Fu a quel punto che arrivò uno, tutto vestito elegante, in scuro, camminava tranquillo, mica con l’aria di essersi perso, sembrava non sentire nemmeno le onde, come se passeggiasse sul lungomare di Nizza: ed era Novecento.
Aveva ventisette anni, allora, ma sembravano di più. Io lo conoscevo appena: c’avevo suonato insieme in quei quattro giorni, con la band, ma nient’altro. Non sapevo neanche dove stesse di cabina. Certo gli altri qualcosa mi avevano raccontato di lui. Dicevano una cosa strana: dicevano: Novecento non è mai sceso da qui. È nato su questa nave, e da allora c’è rimasto. Sempre. Ventisette anni, senza mai mettere piede a terra. Detta così, c’aveva tutta l’aria di essere una palla colossale… Dicevano anche che suonava una musica che non esisteva. Quel che sapevo io era che tutte le volte, prima di iniziare a suonare, lì, in sala da ballo, Fritz Hermann, un bianco che non capiva niente di musica ma aveva una bella faccia per cui dirigeva la band, gli si avvicinava e gli diceva sottovoce:
“Per favore, Novecento, solo le note normali, Okay?”.
Novecento faceva sì con la testa e poi suonava le note normali, guardando fisso davanti a sé, mai un’occhiata alle mani, sembrava stesse tutto da un’altra parte. Adesso so che ci stava, in effetti, tutto da un’altra parte. Ma allora non lo sapevo: pensavo che era un po’ strano, tutto lì.
Quella notte, nel bel mezzo della burrasca, con quell’aria da signore in vacanza, mi trovò là, perso in un corridoio qualunque, con la faccia di un morto, mi guardò, sorrise, e mi disse: “Vieni”.
Ora, se uno che su una nave suona la tromba incontra nel bel mezzo di una burrasca uno che gli dice “Vieni”, quello che suona la tromba può fare una sola cosa: andare. Gli andai dietro. Camminava, lui. Io… era un po’ diverso, non avevo quella compostezza, ma comunque… arrivammo nella sala da ballo, e poi rimbalzando di qua e di là, io ovviamente, perché lui sembrava avesse i binari sotto i piedi, arrivammo vicino al pianoforte. Non c’era nessuno in giro. Quasi buio, solo qualche lucina, qua e là. Novecento mi indicò le zampe del pianoforte.
“Togli i fermi,” disse. La nave ballava che era un piacere, facevi fatica a stare in piedi, era una cosa senza senso sbloccare quelle rotelle.
“Se ti fidi di me, toglili.”
Questo è matto, pensai. E li tolsi.
Ora, nessuno è costretto a crederlo, e io, a essere precisi, non ci crederei mai se me lo raccontassero, ma la verità dei fatti è che quel pianoforte incominciò a scivolare, sul legno della sala da ballo, e noi dietro a lui, con Novecento che suonava, e non staccava lo sguardo dai tasti, sembrava altrove, e il piano seguiva le onde e andava e tornava, e si girava su se stesso, puntava diritto verso la vetrata, e quando era arrivato a un pelo si fermava e scivolava dolcemente indietro, dico, sembrava che il mare lo cullasse, e cullasse noi
[…]
Laggiù, in sala macchine, quella notte, Novecento e io diventammo amici. Per la pelle. E per sempre.

Rispondi alle domande: Vero o Falso?

Canzone ed esercizio 4

Il transatlantico diventa un microcosmo, una metafora dell’esistenza quotidiana dell’uomo comune che nell’arco della sua vita affronta l’amicizia, la scoperta dell’amore, i dubbi e la paura. Il protagonista Novecento è come ogni uomo che si trova a dover decidere di affrontare l’ignoto con la sua insicurezza e la paura dell’ignoto. Novecento non riesce ad affrontare la città, che sente caotica e ostile, e preferisce non lasciare l’unica realtà che ha potuto considerare casa: il Virginian.

Adesso ascolta “Sempre in viaggio sul mare” di Edoardo Bennato e svolgi l’esercizio.

E per finire, segue un assaggio del fumetto, La vera storia di Novecento, parodia Disney del romanzo Novecento. La pagina che ti presento presenta una soluzione vincente nella narrazione della storia. Le vignette, ideate da Giorgio Cavazzano (testi di Tito Faraci), fanno diventare il disegno stesso protagonista. Nota il modo avvolgente con cui il lettore viene come catapultato dentro la vignetta, quasi stesse assistendo alla scena in diretta seduto dietro il pianista. La moltiplicazione delle braccia di Pippo rende il movimento sui tasti del piano frenetico ed esagerato, e così facendo restituisce – in maniera comica – la grande enfasi di una scena memorabile del racconto.

 

Testi di Tito Faraci, Topolino n. 2737 (13 maggio 2008)

Possiamo concludere che Novecento di Alessandro Baricco sia un libro che regala al lettore momenti di grande emozione: vuoi scommettere che dopo questi esercizi vorrai leggerlo tutto?

Non dimenticare di visitare il profilo di @readlearnitalian di Costanza Milner e andare a curiosare nel suo sito web tra gli esercizi che lei ha pensato per te.

ISCRIVITI ALLA MIA NEWSLETTER

Riceverai la mia newsletter una volta al mese con consigli, notizie e contenuti speciali sull’apprendimento delle lingue e della traduzione.

E con ogni newsletter riceverai un freebie!

MI TROVI ANCHE QUI: